Non è un paese per vecchi. O forse sì?

di
Luigi V. Rinaldi

Il riferimento è ovviamente al celebre film dei fratelli Coen, che con la loro ironia, irriverenza ed intelligenza critica puntano i riflettori sulle crepe di un sistema corrotto, dal punto di vista culturale, sociale, politico. Etico.
Un analogo sentimento critico e di denuncia lo covo dentro, guardando alle dinamiche che coinvolgono il presente in cui viviamo.
Il capitalismo industriale, con tutte le degenerazioni che oggi vive.
La “rottura” della sovrastruttura finanziaria.
La commistione del business con dinamiche esterne alle logiche economiche.
La mancanza di riferimenti etici nella formazione manageriale che si instilla nelle business school italiane ed internazionali, dalle quali escono manager giovani, irresponsabili, senza spessore culturale ed ancor meno senso umano.
Questo guardando al cuore del modello capitalista, ovvero i decadenti USA.

Non e' un paese per vecchi, o forse si?

Guardo in Italia ed invece vedo una turpe commistione di poteri atavici, che cercano di spartirsi il piccolo ma ambito campo da gioco dell’Italia.
Fare il giovane imprenditore in un mercato dominato da mafie, massoneria e politica è davvero una sfida.
Ma se è vero che ad ogni MBA che si rispetti le sfide “devono” piacere, sono orgoglioso ogni giorno di accogliere questa sfida, da giocare però con le regole di un mercato più libero possibile, non più legato alle logiche dell’industria del XX secolo, ma a quelle sempre più attuali e stimolanti della rivoluzione informatica, non imposte dall’alto, ma suggerite e mormorate “dal basso” dal “crowd”.
Mi piace pensare ed applicare al mio ruolo di manager i concetti di freakonomics, di wikinomics, di lunga coda, di knowledge sharing, di gestione elastica delle menti (e non delle “risorse umane”), di condivisione dell’informazione, di logiche meritocratiche che però non devono aizzare il lato più spregiudicato di manager e professionisti, ma incentivare il loro senso di libertà ed espressione.
Di crowd-sourcing, che non deve innescare conseguenze traumatiche paragonabili a quello che il “made in china” evocò negli imprenditori italiani anni fa. Ma che, al contrario, possa e debba ridistribuire i redditi e la partecipazione al “gioco” da parte dei new-comers mondiali, abbattendo le barriere all’ingresso del professionismo e dell’imprenditoria.
Sono però già scettico del tanto diffuso e temo poco compreso gioco del venture capitalism.
Soprattutto in Italia, la foto che mi è apparsa a riguardo vede troppi capitali da investire (o “girare”) in tempi record.
Come spiegare questa nuova predisposizione al rischio di grandi capitalisti italiani?
La domanda richiede un’analisi profonda, che forse richiede anche di lasciare a questo fenomeno un po di tempo per generare una mole di dati tali da chiarire lo studio del fenomeno stesso.
In sintesi, il profitto inteso come mezzo e non come fine penso sia l’unica linea guida che possa sanare, tonificare, bonificare, educare e far esplodere il potenziale umano ed economico che oggi soffre invece le regole di una struttura ormai obsoleta e corrotta.

2 Responses to “Non è un paese per vecchi. O forse sì?”

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